Le mille e una Persia

“Le cronache dei Sassanidi, antichi re di Persia, i quali avevano esteso il loro impero fino alla Cina, riferiscono esservi stato un re di quella potente casa, il quale fu considerato il più eccellente principe del suo tempo. Egli era amato dai sudditi per la sua saviezza e prudenza e temuto dai vicini per la fama del suo valore e per il concetto delle sue bellicose e ben disciplinate soldatesche. Aveva due figli, il primogenito sì chiamava Shahriyàr, e l’altro aveva nome Shahzamàn, possedendo entrambi le virtù del padre.”

Quando Shahriyàr divenne re era felicemente sposato con una donna, che però un giorno lo tradì. Fu così che Shahriyàr perse completamente fiducia nelle donne, e dopo aver fatto strangolare la moglie decretò che ogni giorno gli fosse portata in sposa una nuova fanciulla del regno, che il giorno dopo sarebbe stata decapitata. E si attenne fedelmente alla sua legge fin quando gli fu portata in sposa la figlia del suo Gran Visir, Shahrazād che aveva in mente un piano per far terminare questa assurda serie di omicidi.

Fu così che Shahrazād, la notte in cui sposò il re, gli iniziò a raccontare una lunga ed avvincente storia. Raccontò di una città, il cui problema principale era il traffico, dove i tappeti volanti si bloccavano in lunghi ingorghi sulle strade ad ogni ora del giorno e della notte, sorpassandosi in ogni direzione, dove nonostante questo le persone si dimostravano accoglienti fino ad invitarti a casa loro (salvo poi ritirarsi indietro all’ultimo momento). Raccontò degli splendidi gioielli chiusi in una fortezza della città, di sontuosi troni e corone, di diamanti immensi e di mappamondi tempestati di gemme. Raccontò di una guida, che si chiamava quasi come la città (ndr: Tehran/Mehran) che accompagnava i viaggiatori, piacevolmente chiacchierando, nei musei tra le vestigia di quel nobile paese che era stato la culla della civiltà e nei i palazzi Qagiari al Golestan e degli Shah Pahlavi ai piedi delle montagne. Ma soprattutto parlò di abitanti che tutti credevano sottomessi, ma che ti potevano narrare tanto, potevano dirti che in realtà loro si sentivano più liberi di quanto si potesse pensare, che in fondo ogni Iraniano è ancora Zoroastriano,  che non tutti sentivano loro la bandiera di quel paese, ma alcuni preferivano la vecchia bandiera, insomma raccontavano che un cambiamento era in corso.

Così passò il tempo, senza che il Sultano, incuriosito dalla magia di questo paese, avesse fatto decapitare Shahrazād, ed ella continuò ad affascinarlo con il racconto del volo di un eterogeneo gruppo di viaggiatori stranieri su un tappeto condotto dal genio Alireza, pronto ad esaudire ogni desiderio degli ospiti del suo tappeto, ma dall’incomprensibile favella, che li condusse prima alla città santa di Qom dove le donne erano tutte nere e coperte e discendenti di antichi profeti ti accompagnano a visitare le moschee e i mausolei. Con un altro rapido volo e dopo aver consultato le stelle per orientarsi (ed essersi perso alle soglie del deserto, ma questa è un’altra storia che forse narreremo un dì) Alireza condusse i viaggiatori alla città di Kashan, nei vicoli tra le case di fango, al loro alloggio per la notte in attesa di nuove avventure, di visitare le moschee e i bazar di quella città.

Le notti passavano e Shahrazād continuavano a narrare del tappeto volante di Alireza Attraverso la Masjed-e Jameh di Natanz e il villaggio montano di Abianeh con le case di fango e le anziane donne dai vestiti colorati, giunse con i suoi ospiti nella magica città di Esfahan, con le sue meravigliose cupole, i palazzi paradisiaci1, le foreste di colonne2, i ponti sul fiume, la piazza chiusa più grande del mondo e un bazar da sogno. Qui trascorsero delle belle giornate, vagando tra moschee, storie di grandi sultani, tappeti, che però non volavano, e le tante meraviglie del bazar, ma anche ascoltando a loro volta le storie delle tante persone che si potevano incontrare semplicemente passeggiando per l’immensa Piazza Naqsh-e jahàn con la mente aperta agli incontri, storie che potrebbero riempire ben più di mille e una notte, storie di un Iran forse molto diverso da quello che possono aspettarsi gli occidentali, fatto di grandi contraddizioni, di aperture e di chiusure, di tecnologia e di medioevo, ma anche questa, forse, è un’altra storia.

E qui, sul letto di un fiume ormai secco, videro i ponti di questa città dei sogni, sotto le cui arcate ancora risuonavano i canti e le voci di un tempo, e poi, nell’infruttuosa ricerca del nettare degli dei, si spostarono nel quartiere Armeno, dove almeno, una volta tanto, invece di una moschea visitarono una cattedrale, la Kelisa ye Vank, con i suoi affreschi carichi di storia e di storie.

Il racconto proseguì a volo di tappeto verso la moschea e le rovine della fortezza di Na’in, che si erge tra case e vicoli di fango, dove è anche possibile trovare dei bambini con cui, pur senza una lingua comune si possono fare un paio di passaggi a pallone, usando la lingua universale del gioco. Sotto un sole cocente, Alireza, giunse a Meybod, dove un tempo si ergeva Narin Qal’eh, la fortezza di Narin, vecchia secondo alcuni di 7000 anni, le cui rovine si ergono ancora li. Infine atterrarono a Yazd, città dai dolci al miele e pistacchio, la cui leggenda è arrivata anche fuori dai confini della Persia. E di Yazd Shahrazād raccontò delle stupefacenti Torri del Silenzio Zoroastriane, del Tempio del Fuoco, dove arde il fuoco eterno acceso da oltre mille anni, ma anche di interi fiumi sotterranei3 che permettono da secoli, grazie all’opera di infaticabili lavoratori, l’esistenza di questa città portando l’acqua dalle montagne attraverso il deserto circostante. Così qui si incontrano tutti i quattro elementi essenziali per gli Zoroastriani, acqua, aria, terra e fuoco, che qui esistono e resistono ancora, ricordando al mondo che loro sono il vero cuore di questo paese.

Allora Shahrazād narrò dei principeschi giardini di Mahan, una vera e propria oasi nel deserto circostante, dei caravanserragli nel deserto4 e delle moschee e dei bazar di Kerman, con le sue spezie e le sue sale da tè e di Rayen e la sua cittadella fortificata di altri tempi.

Ma il racconto più emozionante, fu quello del deserto del Kalut, del silenzio e della sensazione di infinito che lo pervadeva, delle ombre nette prodotte da delle formazioni naturali che sembravano le rovine di una antica civiltà, di una colazione semplice e frugale consumata proprio in una di queste zone di ombra da tutti i viaggiatori insieme.

Infine, dopo un lungo volo, passando per le antiche rovine del Palazzo di Sarvestan, i buffi minareti di Neyriz, il Lago Salato di Maharlu giunsero a Shiraz, la città del genio Alireza, che felicissimo li conduceva per quelle strade. Qui il racconto si soffermò sui mille riflessi delle vetrate della Moschea di Nasir ol Molk, dal rigoglioso Giardino degli Aranci ma soprattutto dallo sconfinato, colorato, profumato e labirintico Bazar del Sovrintendente (Vakil Bazar). Alcuni finirono per perdersi tra i profumi del bazar e provare i vari e gustosi tè, facendo folli trattative con i venditori di tappeti e gioielli, mentre altri preferirono visitare anche il noto poeta Hafez.

Ma un ultimo viaggio li attendeva, questa volta nel tempo, fino all’epoca di Serse, Ciro e Dario, grandi imperatori di Persia. Andarono a Persepoli e Pasargarde e alle tombe di Naqsh-e Rostam, guidati da uno spirito del posto5 amante del sole, e delle conseguenti ustioni, che conosceva tutti i dignitari della scalinata del Palazzo dell’Apadana. E li, tra le rovine del grande impero Achemenide, si concluse il loro viaggio.

Alireza di li a poco li riaccompagnò all’aeroporto dove si salutarono tra abbracci e lacrime. Il genio, con il suo tappeto volante e la sua lampada piena di tè andò a raccogliere nuovi ospiti, per condurli tra le meraviglie questo affascinante paese mentre i suoi viaggiatori tornavano con una lacrima di tristezza alle loro case.

Sentire Shahrazād raccontare con tanta passione le meraviglie del proprio paese commosse il sultano che decise di cancellare quella assurda legge grazie a lei, che aveva saputo farlo sognare con le sue parole, e vissero per sempre felici e contenti.

P.S.: Prima di lasciarvi alla visione delle foto vorrei precisare una cosa, ho un po’ scherzato sul ruolo della donna, da usare e decapitare al mattino, sfruttando le Mille e una Notte, ma questo è in Iran, come in altri paesi islamici un argomento molto serio. L’Iran è di sicuro un paese in forte crescita e nel quale si sente, parlando con la gente e girando per le strade una forte esigenza di cambiamento, è anche un paese con infinite contraddizioni, in particolare per quanto riguarda il ruolo della donna. Qui le donne sono in maggioranza nelle università, possono avere un passaporto, guidare, lavorare, votare ed accedere a cariche pubbliche, ma poi sono costrette a portare il velo, in maniera più o meno stretta a seconda delle città, possono essere costrette a sposarsi a 13 anni e venire frustate o condannate a morte per un adulterio e la lapidazione è stata abolita solo da 4 0 5 anni e comunque in molti casi sono generalmente soggette agli uomini.

Non credo che questa sia una buona ragione però per evitare questo paese, perché vista la grandissima curiosità e disponibilità degli iraniani (anche uomini, ma soprattutto donne) nei confronti degli stranieri, credo che mostrargli che un modo di vivere diverso è possibile sia l’unico modo per, in qualche modo, accelerare quel cambiamento che comunque è in atto nella società più che nella legislazione iraniana, perché dovunque, i sistemi chiusi non cambiano finché non si introducono novità dall’esterno che permettono di confrontare il proprio stile vita con quello degli altri per evolverlo in qualcosa di meglio.